Scurdammoce ‘o passato

Si può cambiare moglie (e con le pari opportunità anche il marito) ma non la squadra del cuore, è una regola rarissimamente smentita che ha assunto il valore di legge in tutti i Paesi del mondo.
In termini finanziari è un capitale incalcolabile perché, smentendo tutte le indicazioni storiche del marketing che mettono come priorità assoluta la conquista della fedeltà del cliente, il tifoso non passerà mai a un'altra brand, anche quando la sua gli offre un prodotto mediocre, fonte puntuale di inenarrabili stress e addirittura autentico dolore.

Il tifoso è un consumatore speciale di padre in figlio, lifetime ed esigente, conosce perfettamente il suo prodotto e sa tutto dei concorrenti. I club sportivi lo sanno bene e i più acuti e organizzati hanno ormai colto la connessione tifoso-cliente sviluppando marketing, comunicazione e tecniche promozionali sofisticate.
D'altra parte una grande industria produttiva come il calcio merita tanta attenzione, in Italia come in tutti i paesi del mondo. Il prodotto è sempre lo stesso, una palla rotonda dietro cui correre – o da far correre, dipende dalla strategia dei "mister" – e l'appeal cresce, da un target 90% uomini (…la domenica mi lasci sempre sola, cantava Rita Pavone) a quasi fifty-fifty.

Ma la globalizzazione anche qui sta cambiando qualcosa, interisti e juventini e romanisti sempre tali restano, ma la loro attenzione per il "prodotto" è distratta dall'offerta mondiale di concorrenti sempre più visibili e spesso con un prodotti migliori da seguire in tv e da comprare negli store monomarca.
La fedeltà scricchiola, la riconoscenza per quanto fatto in passato appassisce e le occasioni di tradimento virtuale si moltiplicano.
Il tifoso non è più un asset inattaccabile, il milanista compra anche la maglietta del Barcellona e il laziale la sciarpa del Chelsea.
Cuore ingrato, " … sì sono sempre tifoso ma "più tiepido, guardo di più la Nba e il tennis…”.

Veri commenti dai blog dei tifosi:
"Seedorf non è allenatore da Milan, ancora due anni di contratto, dieci milioni da pagare? e daglieli Presidente, cosa aspetti?"
"Conte? sì ha fatto bene ma adesso basta scudetti, è da cambiare, in Europa non ce la fa".
"Juve prendi Drogba e vendi pure Marchisio" (Nazionale, juventino cresciuto in casa e torinese di nascita).
Montolivo, caduto sul campo e addio al suo Mondiale: "Sì auguri ma tecnicamente non è una gran perdita ne abbiamo altri più bravi".
E ancora: "Prendila con calma, anche se non ti fai vedere a Milanello per i prossimi 2-3 anni non piange nessuno".
Prandelli: "Ma come, tutti quei soldi per qualche partita all'anno della Nazionale?".

Niente riconoscenza, “memoria di un beneficio ricevuto e prontezza nel dimostrarlo”, e niente gratitudine, “sentimento di affettuosa riconoscenza nei confronti di chi ci ha fatto del bene e sincera e completa disponibilità a contraccambiare” (Devoto-Oli).

Scurdammoce 'o passato.
I club di calcio costruiscono valori enormi non più sulla solidità di un tifo autentico e un po' naif ma sul terreno effimero dello spettacolo. I 900 milioni di dollari del Bayern, i 700 del Real Madrid e Manchester United, e i 500 dell'Arsenal ma anche i 250 di Juventus e Milan poggiano sempre più sulla volubilità dei nuovi tifosi globali mentre le istituzioni non incoraggiano un atteggiamento più responsabile ed equilibrato, una gestione della passione adeguata al valore multimiliardario di euro che gira attorno al pallone. Incapacità più cecità.
Da una cronaca sportiva: Alessandro Birindelli, ex terzino della Juve e tecnico del Pisa, aveva ritirato la squadra dal campo per porre fine a una lite fra i genitori in tribuna. Il Giudice Sportivo, applicando alla lettera il regolamento, (esaminati gli atti… visto l'articolo 53 comma 2 …) ha deciso di punirlo con lo 0-3 a tavolino e il -1 in classifica. Multa di 100 euro alla società per "intemperanze dei sostenitori".
Come dire, chi se ne frega dell'etica sportiva, il regolamento parla chiaro. Povero Birindelli, e quanti come lui? 
In un contesto come questo, incapace anche di meritarsi la fedeltà di chi non cambierebbe mai la maglia che porta sul cuore, come possiamo costruire un "campo di gioco" di un bel verde naturale dove si rispettano non solo le regole del gioco e l'avversario ma ci si prende la responsabilità di fermare dei genitori imbecilli, senza per questo venire puniti?

Il nostro sport nazionale non è maestro di vita e non ci resta che meditare su quanto raccomanda Seneca:
il benefattore deve dimenticare all'istante ciò che ha dato;
il beneficiato invece non deve mai dimenticare ciò che ha ricevuto.

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L’ambizione non è etica

Ambire (Treccani): "Andare attorno per ottenere voti o uffici. Ambizione: desiderio di potere, onori, dominio".

Allora l'ambizione, quella di cui i nostri genitori lamentavano la mancanza – “non hai neanche un po' di ambizione” – non è etica.



Da ragazzino avevo il mio bel pacchetto di "figu" strette in doppio elastico, i santini dei giocatori di calcio avviluppati nelle caramelle Fidas che manco mangiavamo e correvamo in piazza il pomeriggio all'ora di merenda per l'irrinunciabile rito dello scambio. Puntavo l'amico fortunato "se mi dai il tuo Sentimenti IV (chissà perché i portieri erano rari) ti dò un Carapellese, un Boniperti e oggi puoi stare tu davanti a giocare". Voto di scambio, il tuo Sentimenti e tu fai il capitano. O meglio, gioco di scambi e contenti entrambi.



Anche il mitico e citatissimo onorevole Achille Lauro amava così tanto lo scambio e la ricerca di onori da promettere la famosa scarpa destra in cambio del voto alle elezioni e della consegna dell'altra scarpa al momento del conteggio dei voti ricevuti nel seggio. Anche se il Comandante era il primo tifoso del suo Napoli, più che un gioco era un voto di scambio vero e proprio, ma dichiarato e alla luce del sole. Nulla di illecito, chi avrebbe da obiettare oggi?



Ma a Yalta il 4 febbraio del 1945 tre signori, Roosevelt, Churchill e Stalin si riunirono per votare un gigantesco pacchetto di scambi, la Germania ce la dividiamo in quattro zone, una ciascuna a Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia (poi andata solo alle prime due), ci dovrà pagare 22 miliardi di dollari come risarcimenti di guerra, facciamo un'organizzazione internazionale che chiamiamo Onu, la Russia si annette Lituania, Lettonia e Estonia e in cambio entra in guerra con gli alleati contro il Giappone, un contentino perché era ormai vinto.



Un voto di scambio colossale e drammatico che ha coinvolto centinaia di milioni di storie umane, separazioni, ricongiungimenti mancati e riusciti, resistenze eroiche e fughe penosissime, al confronto del quale la querelle sul voto di scambio della legge approvata l'altro giorno in Parlamento appare addirittura patetica, con quei "se" c'è promessa di voti, se c'è scambio di denaro, se c'è un'utilità… Ipocrisie, se c'è uno scambio ci dev'essere un'utilità per entrambe le parti.

Chi decide l'etica dell'utilità per le due parti?

Il Patto di Yalta aveva un'etica?

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Lezioni giapponesi

Non c'era bisogno delle corporations per inventare la social responsibility. Bastava venire in Giappone per capire che la responsabilità sociale è il frutto di quella di ciascun individuo, e siccome gli individui sono anche manager, ecco che la loro responsabilità, se c'è, orienta anche le aziende che dirigono.



È il mio primo viaggio nella terra del Sol Levante e la più grande sorpresa è che noi occidentali sappiamo tutto dei cinesi e dei coreani del sud e del nord e degli indiani e nulla dei giapponesi.



Per occuparsene i media hanno bisogno di un terremoto almeno di forza 8 oppure di una centrale nucleare che va in tilt e così ci accontentiamo degli stereotipi, i treni da 300/km ora puntuali al minuto, gli impiegati brulicanti per le strade di Tokyo, i butta dentro in guanti bianchi che inscatolano i passeggeri della metropolitana, i turisti con la macchina fotografica e adesso Nagatomo all'Inter e Honda al Milan. Ah sì, c'è anche la prima notizia finanziaria dalla borsa di Tokyo, la prima ad aprire.



Qui la responsabilità è il rispetto praticato quotidianamente.



Rispetto è il controllore del shinkansen, l'espresso superveloce, che quando compare in corridoio si inchina ai passeggeri, li ringrazia uno ad uno perché gli porgono il biglietto e prima di uscire si gira, pratica l'inchino e prosegue.



Rispetto è lo spazzino che raccoglie meticolosamente un minuscolo rifiuto e lo ripone nel sacchetto che regge in mano e del resto nessuno si sognerebbe di buttare qualcosa in terra, questo spiega perché tutte le strade che ho visto a Tokyo, Kyoto o Takayama sono incredibilmente pulite. 



Il rispetto dell'ambiente che osservo qui non è una generica promessa di attenzione ma l'impegno a coltivare, bagnare e potare il verde disseminato in ogni centimetro quadrato libero sia in città sia in campagna. Il rispetto che ammiro è la serena convivenza tra buddisti e la maggioranza Shintoista, succede addirittura che si giunga a celebrare il matrimonio con un altro rito, ad esempio quello cattolico.



Naturalmente il Giappone deve affrontare come tutte le grandi economie i macro problemi, welfare, educazione obbligatoria, pensioni, energia e specialmente la decrescita demografica, resa più drammatica dalla longevità della popolazione.



La laboriosità e il senso del dovere dei giapponesi si innestano in una natura umana rivolta alla ricerca dell'efficienza e protesa alla bellezza e dimostrano che i due valori sono assolutamente compatibili.



Nel grande magazzino dove, conquistato dal rituale di una cena giapponese, ho comprato un kimono, il ragazzo al banco batte lo scontrino, porge il vassoietto in cui metto la carta di credito, vi deposita la ricevuta. Poi confeziona il mio acquisto avvolgendolo con cura nel foglio di carta, lo ripiega con naturalezza seguendo linee inconsuete, trasformando il pacchetto in un dono di bellezza e di rispetto per il kimono e per me che l'ho scelto.



È da questo punto di partenza, da questa soglia di responsabilità individuale, da questo speciale terreno verde di rispetto, di impegno ma anche di ricerca di bellezza che vorrei che la nostra economia potesse svilupparsi e crescere.



Un breve soggiorno in Giappone, per chi sa vedere e ascoltare, può essere più istruttivo di tante aule frequentate distrattamente.

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Scoperto un tesoretto. Ma chi l’aveva perso?



Ci stanno rincitrullendo con dei titoli-etichetta per creare qualche notizia positiva.
Non cadete nel tranello.
La notizia è drammatica e deve sollevare la nostra indignazione.

Per "scovare" una serie di stanziamenti deliberati e mai utilizzati dal 1998 di quasi 4 miliardi di euro – 8 mila miliardi di lirette – c'è voluta addirittura, leggo su La Stampa, una task force. Soldi, precisa l'articolo di Antonio Pitoni, che sarebbero sufficienti per aprire già entro il 2014 più di 500 cantieri in tutta Italia, ma forse i burocrati, distratti da altre incombenze, non lo sanno che c'è bisogno di lavoro.
Bravi gli scavatori di pseudo-pepite, in realtà tragiche inettitudini o peggio ancora dimenticanze.

Ma, data giustamente la notizia, titolo a parte, possiamo finalmente conoscere i nomi e cognomi di chi avrebbe dovuto utilizzare i fondi invece di lasciarli inutilizzati nel cassetto?
Le delibere di spesa sono frutto del Bilancio di Previsione dello Stato che, al contrario di quanto suggerirebbe il nome, non è solo un documento – il più importante documento dello Stato – di previsione, ma autorizzativo: afferma che esiste la copertura vale a dire che ci sono i fondi per realizzare le opere definite dalle delibere.

Questo piccolo dettaglio, evidentemente, molti giornalisti non ritengono interessante scriverlo, o forse lo ignorano come me fino ad oggi.
Dunque non è un segreto di Stato e abbiamo il diritto di sapere chi sono – ripeto, nomi e cognomi dei burocrati – i responsabili, e i mezzi di informazione hanno il dovere di pubblicarli, non c'è nessuna privacy da rispettare, vivaddio.

E abbiamo il diritto di sapere dal Ministro quali provvedimenti prenderà – non "intende prendere", altra invenzione italiota per non assumersi la responsabilità – la Pubblica Amministrazione a carico dei delinquenti (dal latino delinquere "sottrarsi al dovere"), a parte una pesante riduzione della pensione, questo sì sarebbe un bel tesoretto.

In attesa, come ci esortavano gli scout dal Vangelo di Luca e Matteo, "estote parati".

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