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04/03/2003
Scienza & Business, Aprile 2002

Eticamente, longevamente profittevole

le aziende con una visione superiore sono più profittevoli

Le aziende vivono meno degli esseri umani. Mediamente 22 anni contro un’aspettativa di vita di quasi 80 anni di chi abita nei Paesi economicamente sviluppati.
Ma uno studio fatto da Shell in occasione del suo centenario, apprendo dal relatore di un convegno all’American Chamber of Commerce, evidenzia un altro dato significativo. Le aziende che oltre al profitto contemplano nella propria visione anche altri scopi superiori sono più longeve e arrivano a superare comodamente anche i 50 anni e più E fa notare come una società longeva debba essere profittevole perché altrimenti non resterebbe in vita così a lungo. Al contrario, il profitto fine a se stesso non sembra assicurare lunga vita all’azienda!
Una caratteristica comune a tutte le aziende longeve è l’attenzione quasi ossessiva per le persone che ci lavorano. Queste organizzazioni sono capaci di creare non solo condivisione degli obiettivi ma solidarietà reciproca che rappresenta un vero e proprio valore aggiunto, una Unique Selling Proposition direbbe Ogilvy.
Se la persona è la più importante risorsa di un’azienda, è ineluttabile che questa generi e sviluppi al proprio interno degli atteggiamenti e comportamenti socialmente corretti e consapevoli. Eticità più longevità sono dunque i presupposti di un nuovo, duraturo “profitto pulito”.
Baruch Lev (1) colloca l’etica fra gli asset intangibili più “pesanti” dell’attivo dei bilanci aziendali prossimi venturi. Quelli che dovranno saper quantificare non solo brand awareness, clientela fidelizzata e valori come relazionamento interno e propensione all’innovazione ma la consapevolezza e la responsabilità sociale, la solidarietà e l’impegno etico che un’azienda è capace di creare.
Nel suo intervento del 17 Maggio 2001 alla New York University Baruch Lev afferma: “sostenere che gli asset tangibili dovrebbero essere misurati e valorizzati, mentre quelli intangibili no, equivale a sostenere che le <b> cose </b> hanno valore mentre le <b> idee </b> no".
E proprio nel terribile Settembre del 2001 The Economist (2) titolava “the next big thing in brand is Corporate Social Responsibility“. E concludeva con quello che potrebbe essere il nuovo claim delle aziende, non solo per essere etiche ma per generare profitto:
“ there is nothing different about our product or price, but we do behave well “.

Per le imprese che “do behave well” non si tratta quindi solo di comportarsi con il buon senso del padre di famiglia e rispettare la legislazione vigente, ma di collocare la “buona cittadinanza” al centro del proprio modello di business.
Comprendendo che l’interdipendenza non è solo, ad esempio, fra azienda e ambiente (concerned about environment), problema che sta giustamente attirando molta attenzione ed anche, finalmente, cospicui investimenti. Si tratta invece di una interconnessione totale one-to-many dal momento che tutti noi, mezzo miliardo di internettiani oggi e un miliardo fra tre soli anni, siamo nodi della stessa rete senza centro.
Le aziende, per quanto smisurate, non sono più il broadcaster onnipotente di un’audience passiva ma uno dei 500 milioni di nodi interattivi di internet, tutti capaci non solo di consumare ma di produrre contenuti e di esprimere giudizi e fruire della nuova interattività per introdursi direttamente nel contesto aziendale! “Il compito principale” esorta Armand Mattelart (5) “ è certamente quello di riconciliare i cittadini con un mondo della tecnica che oggi è per loro in gran parte estraneo, consentendogli di riappropriarsi degli strumenti di comunicazione e di informazione”.
Non solo la visione ma la responsabilità sociale sono quindi attributi manageriali irrinunciabili, così come la consapevolezza di un commitment aziendale che deve spingersi ben oltre il CdA e gli azionisti. I dipendenti e la collettività tutta, gli stakeholder insomma, sono i prossimi interlocutori a pieno titolo dell’azienda, dalla quale pretenderanno sempre maggior considerazione. E poiché la visione degli stakeholder – consumatori, dipendenti, risparmiatori – è per sua natura molto sensibile all’impegno sociale e alla solidarietà è facile prevedere da parte loro un’influenza e una capacità di condizionamento in crescita esponenziale.
Si rende necessaria una svolta di consapevolezza e di impegno nella cultura aziendale che dovrebbe idealmente essere affidata al talento straordinario di manager-mentor, per consentire alla “nuova azienda-rete “ di riuscire a primeggiare anche nell’era dell’accesso (3), nell’ ambiente del “connesso sempre e Epperò i talenti sono quanto di più stimolante, affascinante ma al tempo stesso mutevole, ingestibile e antisociale un’azienda possa annoverare fra le proprie risorse d’eccellenza. Il talento è ideale nel modello aziendale della West Coast americana che punta su una organizzazione – quando c’è - leggera e flessibile, pronta a farsi condizionare e guidare dal genio di pochi eletti. Succede invece che con gli attuali modelli di business perennemente fluttuanti e ridefinibili non sia più concesso all’organizzazione tradizionale, efficacemente descritta da Gideon Kunda (4), nemmeno il tempo materiale di … organizzarsi! Com’è possibile infatti mettere l’uomo giusto al posto giusto quando il posto giusto di fatto non c’è o non si sa quale sia, e il gruppo da organizzare è una task force di pronto intervento, spesso presa in outsourcing?
Il paradosso è evidente: è l’organizzazione tradizionale ad avere più necessità di cambiamento culturale per mantenere o recuperare la propria competitività e al tempo stesso, a causa della sua struttura appesantita dalla burocrazia, è proprio l’organizzazione a frapporre la maggior resistenza Così che più dell’organizzazione sclerotizzata è pur sempre l’individuo talentuoso e carismatico anche se poco gestibile, ad avere le migliori chance. Di coinvolgere e scatenare la passione e l’impegno convinto di chi gli sta vicino nelle nuove visioni, difficili da prefigurare per la maggior parte degli umani . Con una mano sul portafogli e l’altra sul cuore. “ un jour tout sera bien “ , questa è la nostra speranza, proclamava Perché no?



Note
1) Baruch Lev, “Intangibles: Management, Measurement and Reporting” , Brookings Institution Press
2) Marella Caramazza e Caterina Carroli, Istud, “La responsabilità sociale delle imprese”
3) Jeremy Rifkin, “L’era dell’accesso”, Oscar Mondadori
4) Gideon Kunda,” Engineering Culture: Control and Commitment in a High-tech Corporation”, Temple University Press, Philadelphia
5) Armand Mattelart, “La comunicazione globale”, Editori Riuniti






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