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04/03/2003
Web Marketing Tools 15 Novembre 2002

Globalizzazione? Diffido

Prendiamo mucca pazza.
Invece di allevare il nostro bestiame per poi mangiarcelo, abbiamo
incominciato a clonarlo ed esportarlo, consumando quello allevato da altri chissà dove chissà come, in linea con il must della globalizzazione. Così che l'errore o l'ingordigia di un remoto allevatore olandese o padano obbliga l'Europa ad abbattere milioni di esseri viventi e a blindare i confini, proprio come nelle autarchie di regime.
Meglio tornare a "mogli e buoi dei paesi tuoi" per riscoprire magari il diverso sapore del fassone piemontese, o del bue grasso di Carrù rispetto al bove
irlandese. La localizzazione esalta le differenze della nostra vita e, adesso, scopriamo che protegge anche la salute. E che forse la globalizzazione è una trappola.
In pochi anni una grande Rete di comunicazione ha avviluppato le imprese e
queste, presa lentamente coscienza del nuovo media, si stanno faticosamente attrezzando per trasformarsi in aziende - rete. Condivisione delle informazioni, cultura del cambiamento, creatività spinta, ossessione per il cliente, competitività alla faccia dell'etica e presenza ubiqua. È così che si conquista il privilegio di poter vendere su tutti i mercati del mondo
simultaneamente, aprendo una semplice vetrina virtuale.
E i consumatori si adeguano volentieri dotandosi di cellulari e palm devices per poter essere "connessi sempre e ovunque",l'unica opzione consentita, o meglio imposta, dalla mobile ubiquity.
Il romantico miracolo di internet ha generato tali aspettative da far nascere una nuova economia e questa, con la tipica incoscienza della gioventu', insegna che per guadagnare miliardi basta essere smart e più veloci della luce. I dotcomisti puntano centinaia di miliardi per allestire mega portali che dovrebbero vendere di tutto a tutti, nel segno della globalizzazione. Ma scoprono che la gestazione del B2C ancora lunga. D'improvviso la Net Economy
non è più New, il fatturato è poco e gli imprenditori (?) capiscono di doversi organizzare in altro modo, e specialmente programmare tempi assai più lunghi. Perché la vera new economy, ammonisce prudentemente Gartner, la vedremo dopo il 2006.
Ma nel frattempo quelli della Old hanno intuito che la globalizzazione non è
solo un mercato planetario a cui vendere ma anche uno in cui produrre. La logica (Jean Ziegler la spiega benissimo in un suo recente libro) è diabolicamente semplice. Si scannerizzano tutti i paesi del mondo, anche i più reconditi, dal punto di vista economico, politico, sociale, fiscale, dei trasporti... Si indice una sana gara d'appalto fra tutti i governi interessati,
negoziando tranquillamente le condizioni migliori, per dar loro il privilegio di ospitare la nuova unità produttiva. Poi si chiudono le fabbriche nei troppo costosi paesi industrializzati, rischiando di compromettere la sicurezza del lavoro e, con quella, il potere d'acquisto e quindi la domanda. Chi consuma? Certo non i paesi nuovi produttori, che con i salari ridotti all'osso non si possono ancora permettere di comprarsi i beni che producono. Il mercato
sostitutivo non è ancora stato creato e cosi', una volta esaurito il volano della domanda pre-esistente, vendere diventa un affar serio. I cosiddetti paesi sviluppati si ritrovano con meno lavoro e meno ricchi mentre quelli in via di sviluppo non lo sono ancora abbastanza.
L'affare lo fanno quelli della Old che pensano New. Fin che dura.
E intanto la globalizzazione pu trasformarsi, da suadente opportunità di lavoro e ricchezza, in una trappola con un pedaggio d'uscita devastante. Andiamoci piano.










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