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27/11/2005
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Quando la multinazionale è cinese

l'ingordigia di profitto è globale ma non ce n'è per tutti



La globalizzazione è tipicamente vista come “l’americanizzazione” e la corporation è per definizione anglo-americana o comunque occidentale.
Ma cosa succede quando è cinese? Che rilevanza ha il Paese d’origine quando tutte le multinazionali per prosperare nell’economia globale devono rispettare gli stessi vincoli? Wang Jiming, vice presidente del colosso petrolchimico Sinopec indica come priorità il risparmio e l’uso responsabile delle risorse, l’ambiente e la salute. Cita ad esempio un risultato importante della sua azienda, la riduzione dell’8% del consumo di acqua per la produzione nel 2004 rispetto al 2003. E per dare concretezza al “put people first” la Sinopec
ha fatto costruire 246 scuole, in una logica di sviluppo sostenibile.
Se però l’etica dell’impresa consiste –anche- in una ripartizione più equa dei profitti, i conti sono questi: nei primi 9 mesi dell’anno in corso la multinazionale cinese ha aumentato del 35% il fatturato e l’utile è stato pari al 10,12% per una cifra, convertita dalla “moneta del popolo” al più familiare dollaro, di 3,4 miliardi. In questa ottica, pur tenendo conto che le scuole costano, la Sinopec non ha nulla da invidiare all’ingordigia delle consorelle occidentali.
Chen Ying, Deputy Director General della China Enterprise Confederation –CEC- rileva che l’associazione ha iniziato da 3 anni a impegnarsi nella CSR secondo le linee guida del Global Impact. Stimolare il governo non basta e infatti attività della CEC è mirata sopratutto alla cooperazione con le varie associazioni industriali e commerciali e a incoraggiare l’impegno delle multinazionali evidenziando il loro ruolo di modello per i piccoli fornitori. In questo senso le corporation integrano e più spesso surrogano la funzione educativa della scuola dando un grosso contributo sociale.
Ma il messaggio più rilevante viene da Chandran Nair, CeO del Global Institute for Tomorrow. “ C’è più di 1 miliardo di cinesi -gli altri 300 milioni sono già ricchi- che stanno cominciando ad assaporare i
benefici e le tentazioni del mercato aperto. E’ improponibile chiedere loro di adeguarsi di colpo a tutte le regolamentazioni di un mercato maturo e benestante come quello Occidentale. Dobbiamo mettere in bilancio un lungo e duro periodo di transizione, almeno vent’anni durante i quali i cinesi miglioreranno progressivamente il loro livello di vita anche grazie al fatto che non tutte le regole vengono rispettate… D’altra parte, come ha osservato proprio qui al convegno nel suo intervento di ier,i Paul Wolfowitz,
Presidente della World Bank: meglio un lavoro irregolare che nessun lavoro. E suggerisco agli imprenditori occidentali, dopo essere venuti in Cina, di fermarsi in India durante il ritorno. Certo, lì c’è la democrazia, ma vedrete quanto sia faticoso, quasi impercettibile il loro cammino verso lo sviluppo, rispetto a quello cinese. Voglio dire che ci vuole flessibilità ed equilibrio in tutte le cose, anche nell’applicazione di regole peraltro giuste ma che devono essere compatibili con la situazione reale.
E dobbiamo anche metterci, tutti noi, moderazione, molta moderazione nei consumi. Le risorse scarseggiano già ora, pensiamo a cosa succederà quando altri 3 miliardi di esseri umani consumeranno -o vorranno consumare- al nostro livello e ritmo attuale. Semplicemente, non ce n’è per tutti.
La CeO dell’ Institute for Tomorrow, avendo come mission la tutela del domani, conclude con un invito perentorio: “crescere con responsabilità sociale e ambientale, e consumare meno”.
Con buona pace degli ostinati assertori della crescita continua del PIL e per la gioia di chi la crescita la vuole ma negativa: decrescita, appunto.

Bruno Bonsignore
BSR annual conference,
Washington, Novembre 2005


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