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02/10/2005
per Tuttosport 1 ottobre 2005

La tassa patrimoniale sul calcio

la follia degli stipendi stratosferici per blindare il giocatore



I casi di Cassano e Iaquinta propongono un problema di triplice natura, commerciale, giuridica ed etica, ed evitiamo di grazia di classificare i giocatori “un patrimonio del calcio italiano”. Sono prima di tutto patrimonio di se stessi e poi dei club che li scovano, li allenano, li pagano e li valorizzano fino a portarli, se hanno sufficiente talento, nella rappresentativa nazionale.
Con la legge sullo svincolo i giocatori professionisti sono in tutto equiparabili, senza false ipocrisie, alla voce “macchine e impianti” di una società per azioni che nella fattispecie produce e fattura spettacolo. Il calciatore è una macchina il cui investimento –l’acquisto del cartellino- va ammortizzato in un numero ragionevole di anni, e il cui costo di manutenzione –che si chiama ingaggio- deve essere ragionevolmente proporzionato al prezzo d’acquisto e alla resa produttiva.
E’ interesse del club vincolare il giocatore con un contratto sufficientemente lungo, tenendo conto della sua età interesse che normalmente coincide con quello del calciatore. Ma quando arriva il successo, i gol, le parate, addirittura la Nazionale, i soldi del contratto sottoscritto magari l’anno prima sembrano pochini, un miliardo del vecchio conio di Bonolis pare addirittura un insulto alla dignità dell’autore di qualche doppietta, e così il novello capitale bipede si sente in diritto di imporre una tassa sul patrimonio del calcio italiano, un aumento salariale di due o tre o quattro milioncini, nuovo conio beninteso, da sottrarre intanto all’erario e spalmare eventualmente in futuri anni a venire.
Giuridicamente non sembra che la pretesa abbia fondamento, ma commercialmente ? Vediamo. E’ vero che l’atleta giocando bene valorizza non solo se stesso ma anche il capitale del suo club, ma questo è esattamente quanto la società per azioni si aspetta dall’investimento fatto al momento dell’acquisto. Per giustificare una revisione sostanziosa –sostanziale- dell’ingaggio si deve verificare una vera e propria “esplosione” continuativa delle performance, imprevista e imprevedibile, criteri che dovrebbero essere esplicitamente previsti e richiamati in contratto per affrontare equamente futuri, probabili contenziosi. Si assiste invece a un gioco delle parti spietato in cui al “se non mi paghi di più me ne vado” viene contrapposto “se non ti accontenti non ti faccio più giocare”.
Commercialmente, un disastro per entrambe le parti.
Ed eticamente? Premesso che non si può confondere l'etica con una norma giuridica e neanche con un accordo commerciale, un richiamo all’etica mi pare l’unica strada percorribile in modo civile.
Il vincolo che lega reciprocamente giocatore e società è molto più di un contratto, è un sistema complesso di valori presenti e futuri che deve accontentare e motivare entrambe le parti per molti anni e che è riduttivo considerare solo come un paio di firme su un documento. E’ piuttosto un reciproco patto di comportamento professionalmente e umanamente virtuoso che va onorato e alimentato giorno per giorno, dove ciascuno si assume le proprie responsabilità Può essere giusto riconoscere un maggior valore della prestazione anche prima della scadenza contrattuale, tenendo in questo modo alto il valore dell’investimento fino al giorno della scadenza (la grottesca blindatura), parametrando però il tutto sullo stipendio originale pattuito. Un “ritocco” del 300% non ha nulla a che vedere con l’etica, è piuttosto un evidente espediente per non lasciarsi sottrarre il proprio gioiello o, se proprio insiste, farlo pagare caro, smodatamente caro, al concorrente club incursore. E’ tutto il sistema che alimenta perversamente la lievitazione dei costi di produzione: dare più soldi di ingaggio per aumentare il valore del cartellino e renderne più costoso l’acquisto. Sarebbe anche giusto il percorso contrario, ridurre cioè l’ingaggio quando le prestazioni continuative del giocatore non sono quelle sperate, ma evidentemente questo non conviene a nessuno, specialmente alla società Meglio tenersi il bidone, sperare in qualche suo incidentale exploit (non oso riferimenti al doping) e rifilarlo a qualche incauto presidente appassionato con l’aiuto degli esperti, i mediatori.
Il costituendo Comitato Etico della Lega, e gli auspicabili Ethics Officer –chi sono questi sconosciuti?- dei singoli Club, avrebbero un bel daffare. Forse troppo.




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