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30/06/2005
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L'impronta degli Emirati

Qui il capitalismo è vintage, pura vocazione al commercio internazionale



Il mare azzurro e il deserto grigio si rimandano la luce bianca in un silenzioso alternarsi di predominio luminoso che prelude ai 42 gradi centigradi che t’assaltano appena fuori dal portellone.
L’aeroporto, che pare una carlinga lunga tre chilometri, vive su differenti piani sfalsati in cui la luce esterna è felicemente dosata mentre gigantesche palme che sembrano vere offrono al viaggiatore oasi di freschezza a base d’aria condizionata e cocacola.
Qui il capitalismo è vintage, pura vocazione al commercio alimentata da un’autonomia strenuamente difesa rispetto agli altri stati della Federazione. La fonte del business è sorprendente: non avendo nulla da produrre, a parte l’estrazione del petrolio, Dubai compra di tutto e meglio di tutti e poi “riesporta” tutto a tutti.
Deira a nord-est e Dubai a sud-ovest sono unite da un’autostrada cittadina che scorre per decine di chilometri tra l’acqua salata e il deserto, molto più a est e più a sud di quanto immaginassi. A intervalli irregolari i grattacieli, alti e belli e insofferenti dei vincoli urbanistici s’arrampicano rincorrendosi in altezza, nuovissimi eppure già sconfitti dalla prossima Torre più alta del mondo ora in costruzione.

Sono stato invitato alla Middle East Corporate Social Responsibility Conference e approfitto del vantaggio di essere il primo speaker per affermare che non esiste la “corporate” social responsibility ma, piuttosto, la responsabilità di ogni individuo che lavorando nell’impresa contribuisce a creare la cultura etica per orientarne attività pur nella ricerca del giusto profitto.
Nel successivo intervento ho appreso qualche scampolo di finanza islamica, con vincoli e problematiche assolutamente sconosciute in Occidente ed è sorprendente che l’Italia abbia negli Emirati Arabi Uniti una sola rappresentanza bancaria, in considerazione dello straordinario sviluppo che sta vivendo questa giovanissima Federazione che viaggia a un tasso di crescita del 15% annuo.

Il gala-dinner è la tipica situazione in cui si pranza male e ci si annoia ma questa volta sono fortunato, i commensali rappresentano importanti autorità di sviluppo e investimento di Dubai e mi danno modo di intercettare la visione del tutto inedita che dagli Emirati ci si fa del “resto del mondo”. Così abbiamo gli Stati Uniti, l’unica superpotenza, impegnata in problematiche missioni di guardianaggio del mondo, che vengono considerati con distacco ma rappresentano pur sempre una interessante opportunità di business.
L’Europa è ammantata di ammirazione per la tradizione, la cultura e il bello che sa esprimere, ma giudicata –con una lucidità rispettosa e disarmante- senza spinta propulsiva dal punto di vista economico finanziario e perciò poco interessante. I giochi si fanno con Cina e India, in attesa che cresca il Sud America, e il tavolo di gioco sta proprio nei sette Emirati, che intanto hanno saputo ridurre la loro dipendenza dal petrolio ad un ragionevole 30% in poco più di un ventennio. Una Federazione industriosa di traders, finanzieri ma essenzialmente imprenditori che sanno cogliere opportunità e prendersi il rischio. Così chiedono ad Armani di allestire un centinaio di suites extralusso nella futura Torre del Mondo e sono pronti a esportare e realizzare l’idea nelle altre grandi capitali; organizzano la corsa di cavalli più ricca del pianeta, costruiscono in pochi mesi il circuito per ospitare la Formula 1 e fanno giocare Agassi e Federer sulla pista dell’eliporto del mitico Burj Al Arab, l’hotel 7 stelle che sorge sull’acqua, riservato a una esigua popolazione di ricchi. Anche l’accesso al ristorante sottomarino è consentito solo ai residenti, i turisti devono limitarsi a fotografare da lontano la bellissima vela verdeazzurra.
In questo scenario ricco di iniziative imprenditoriali che ruolo può avere l’etica di impresa? Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le viene riconosciuta non solo una funzione pratica individuata con molta pragmaticità ma anche un importante valore istituzionale. La CSR è comunque considerata una componente imprescindibile del marketing prossimo venturo, senza la quale molti mercati che si stanno fiduciosamente aprendo all’iniziativa degli Emirati potrebbero repentinamente orientarsi verso altri “portali” , compromettendone l’impronta commerciale. Ma in una successiva occasione mi parlano di un’altra impronta che fa riflettere. Si chiama impronta ecologica, che calcola le risorse di cui ciascun essere umano ha bisogno per condurre il suo tenore di vita, ricondotte a ettari di superficie terrestre.
L’attuale popolazione mondiale non dispone di un ettaro pro capite, mentre gli italiani hanno bisogno delle risorse di quattro ettari, gli americani di 9 ettari e gli abitanti degli Emirati di ben dieci ettari! Le torri che emergono dal mare, l’aria condizionata per raffreddare i 40° del deserto, l’acqua per i prati all’inglese che contornano alberghi e ville, il mercato immobiliare più fast-growing del mondo pretendono un costo che, a dispetto del +15% di tasso di crescita annua atteso per i prossimi lustri, non appare sostenibile. Anche l’impronta dello strabiliante sviluppo degli Emirati dovrà misurarsi con quella ecologica e trovare nuove risposte.



brunob@doppiabi.com