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30/09/2003
Doppiabi

All'apparenza

sempre più veloci verso la superficialità



Questo terzo millennio ha il sigillo della non persistenza. L'ho visto nel 1994 quando sono entrato in una rampante web agency di New York piena di ragazzotti ambosex e ho scoperto internet. Ma ho capito cosa vuol dire non persistenza qualche tempo dopo, studiando l'architettura dei primi siti e leggendo le regole di Jacob Nielsen, il guru pagato 10000 dollari al giorno per spiegarle alle aziende vogliose di internet e ipertestualità. Certo il messaggio elettronico è volatile, metterlo in archivio è una forzatura alla sua natura digitale.

Ma la non persistenza è un'altra cosa, sono le aziende spesso concorrenti che decidono di mettersi insieme per fare uno specifico business e poi, chiusa la pratica, tornano a muoversi separatamente e forse anche a combattersi più di prima. La non persistenza è impegnarsi in un progetto in un Paese mentre nel resto del mondo ci si occupa magari di tutt'altro; e hanno una motivazione non persistente i finanzieri - non gli imprenditori - che invece di comprare aziende per produrre, le conquistano con raid spregiudicati od ostili e se ne disfano appena si presenta l'occasione speculando profitti mostruosi e indecenti.

Un'azienda, una fabbrica, quanto di più solido, stabile, radicato potessimo immaginare è diventata volatile come la realtà virtuale. Mentre vediamo marchi centenari che sopravvivono e prosperano, ci sono brand costruite con investimenti pubblicitari colossali che spariscono, si accorpano, falliscono o cambiano nome e logo con una disinvoltura che sgomenta, dilapidando un capitale di notorietà vedi per tutti Omnitel sopraffatto e cancellato da Vodafone.

Ma il primato della non persistenza spetta ai media. Un file elettronico rimpiazza il CD, una smart card sostituisce la fotografia, il videoregistratore immagazzina la partita e su un DVD ci stanno tutti i match delle finali di calcio o quattrocentomila lemmi della lingua italiana. L'imperativo allucinante che ci viene propinato quotidianamente è: consumare in continuazione, tutto e subito e ancora più in fretta; e specialmente il superfluo, chè altrimenti l'economia si ferma e diventiamo tutti più poveri.

E così tutto dev'essere rigorosamente transitorio, cancellabile e riscrivibile, sosituibile senza lasciare tracce, per lasciare il posto alle nuove inutilità prodotte con il falso alibi dello sviluppo sostenibile e dell'aumento del PIL.

Tutto in nome della leggera apparenza, perché la sostanza ha il difetto di durare. E l'apparenza, non persistente per definizione, sta diventando durevole come la sostanza. E la sostanza?

Be', ne facciamo a meno.













brunob@doppiabi.com