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11/07/2003

Donne, la nostra vergogna nazionale?

in Botswana le donne contano più che in Italia

Classifica ONU: siamo trentaduesimi nel mondo*
Dopo il Botswana.
E così Le Figaro titola in prima pagina “molto meglio essere botswanese che italiana”. Una vergogna nazionale, anzi internazionale, non mitigata dalla precisazione della Undp – United Nations Development Programme – che nell’indice che misura l’emancipazione le donne italiane salgono al 21° posto. Più libere dunque, ma con meno seggi in parlamento.
Le donne italiane sono più discriminate che in Islanda, in Spagna, in Portogallo, nelle Bahamas e fra i paesi industrializzati soltanto i maschilisti giapponesi fanno di peggio. Resta l’ambiguo silenzio dei cugini francesi che potrebbero soccorrerci, ma hanno pensato bene di non fornire dati al riguardo.
C’è da dedurre che per non farci arrossire ed essere competitive le italiane dovrebbero guadagnare quanto le colleghe americane, avere più rappresentanti in parlamento delle inglesi, più incarichi di responsabilità delle tedesche o belghe. Farebbero così un bel salto in classifica generale e noi maschi italiani potremmo tornare a camminare a testa alta.
C’è da chiedersi però se la posizione in classifica corrisponda a un effettivo migliore status della donna. Una cosa è combattere la discriminazione, l’accesso negato od ostacolato alle posizioni di responsabilità e decisionali, a cariche pubbliche di rappresentanza, a ruoli sociali di prestigio; altro è scambiare il numero dei sederi femminili assisi sugli scranni parlamentari o alla scrivania direzionale per vantare una maggiore maturità della nazione.
La donna italiana nel dopoguerra ha insegnato al nostro Paese ad avere determinazione e coraggio per rinascere, ottimismo per superare le crisi e buon senso nel gestire il nuovo benessere della famiglia; ha dimostrato competenza imprenditoriale e capacità di visione anche superiori a quella dei colleghi di sesso opposto, pratica con capacità e successo mestieri e professioni e sport un tempo precluse, contribuisce alla gestione della res publica del tutto a proprio agio. E’ tutto lì sotto i nostro occhi.
La parità la capacità stessa di superare l’uomo non può dipendere da un banale computo statistico, mentre sarebbe interessante per contro conoscere meglio i valori e gli obiettivi delle donne dei 31 paesi che ci precedono. Dico che la donna è depositaria naturale di valori che l’uomo sta dimenticando: uno step in carriera vale la rinuncia a un altro figlio, l’accumulo costante di impegni e bonus dà accesso al consumo irragionevole, al gettare via per il nuovo. La donna deve tenerci lontano da questa intossicazione globale, ha l’istinto per sfuggire alla trappola dello sviluppo sostenibile, del progresso spacciato per maggior potere d’acquisto. La donna italiana ci offre ogni giorno la sua presenza di qualità in tutti i campi attività economica, politica e culturale, e l’intero Paese deve impegnarsi per garantirle la facoltà di espandersi e affermarsi umanamente e professionalmente in piena libertà e uguaglianza. Ma ridurre tutti i valori a una classifica ONU che tiene conto di tre parametri e lanciare l’ennesima emergenza italiana non è notizia ma “fare la notizia”. Pazienza per Le Figaro, non per Il Corriere.
Il Sud, afferma Edgar Morin, è “la più grande riserva di qualità della vita che abbiamo” e non si riferiva certamente al numero delle deputate.

Bruno Bonsignore
11 luglio 2003


*articolo di prima pagina del Corriere della Sera dell’8 Luglio 2003



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