19/11/2002
Affresco di matrimonio
City Hall è deserta alle otto del mattino e nessuno è in coda per entrare. Siamo allombra e ancora per unora almeno ci riparerà dal caldo anormale di fine giugno.
Garry, che è lunico cittadino americano del gruppetto, ha accettato con piacere di fare il testimone. E lui ad accorgersi che non cè nemmeno un fiore per la sposa mentre io ho pensato che ci voleva del riso.
Li abbiamo lasciati ad aspettare dietro il grande arco a sinistra della facciata del municipio proprio sotto la scritta New Amsterdam (sul lato destro si legge invece New York), il papà nel suo mite silenzio, la mamma intenta in mille cose per non vedere la figlia uscire così presto dalla sua vita.
Torniamo subito, gli diciamo svoltando langolo alla ricerca improbabile di un fioraio così mattiniero. Ci salva il solito coreano aperto giorno e notte. Il riso lo nascondiamo in tasca e i fiori li consegnamo nelle mani sorprese della sposa e in quelle già largamente occupate della mamma che sorride alle roselline con un po di imbarazzo. Il reportage fotografico che avevo programmato non avrà luogo perchè la mia Pentax che la sera prima andava così bene ha deciso di riavvolgere automaticamente il rullino dopo i primi due scatti, e Garry per una volta non è il fotografo ufficiale.
Passato il metal detector saliamo per primi al secondo piano dove ci fanno entrare in una fermata dautobus trasformata in sala dattesa, con la moquette che sa di limatura di ferro e sedili di fila in plastica gialla. Mi rifugio nellosservare le espressioni degli altri. Una signora anziana è vestita da sposa antica in un azzurro lacrimante, Paolo è eccitato e gioioso, un signore grasso siede con un bambino piccolo fra le braccia, Tati ammicca alla mamma, papà Paolo si accinge con rassegnato orgoglio ad ascoltare il fatale sì di sua figlia. E io che guardo gli altri, come sono?
Non sto partecipando a un matrimonio, tantomeno a quello di mio figlio, cattolico, con una figlia cattolica, in unanonima stanza di un ufficio americano senza odor di chiesa, senza preti e chierichetti ben vestiti e fiori bianchi e nemmeno la frescura del tempio. Now you are married and you can kiss the spouse
proclama con delicatezza la Officer dello stato civile di New York.
Mentre usciamo dalla brutale laicità definita cappella i nostri figli ricevono, vicino alla bandiera a stelle e strisce come nel tribunale dei film americani, un diploma azzurrino di matrimonio che attesta were married. Nel corridoio verso lascensore una fanciulla dalla pelle ambrata che adesso è mia nuora lancia il suo bouquet port-bonnheur a una donna sfatta dal caldo e dallattesa che lo coglie al volo con un sorriso fugace.
Noi intanto abbiamo anticipato gli altri verso luscita per regalarci finalmente un minuto di festa e così appena spuntano dalla porta girevole copriamo i due ragazzi con manciate di riso coreano. La memoria mi propone il portone di una chiesa antica e lodore di campagna calda e il sagrato coperto di riso con un prete che protesta severo, al matrimonio non ricordo di chi.
New York, 29 giugno 2001
brunob@doppiabi.com
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