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27/02/2007
Amici Isole Greche

Papeete non è Tahiti

... e Tahiti non è la Polinesia

Ananahi? Aita pè ape’a!

Papeete non è Tahiti, e Tahiti non è la Polinesia.
Le ore di volo dall’Italia sono circa 26 ma con i controlli doganali, le coincidenze e i tempi morti ci vuole un giorno e mezzo ufficiale. Poi c’è il trucco del fuso orario, -11 rispetto all’ora di Roma e così il viaggio effettivo è di due giorni. E per recuperare il fuso ce ne vogliono almeno sei, dicono 12 ore per ogni ora di differenza.
Papeete di bello ha solo il nome e il Mercato per il resto è un grande paese malamente costruito e contornato da hotel pluristellati invasi da turisti rincitrulliti dalle troppe ore di viaggio.
La collana di fiori che ti accoglie all’arrivo è vera ma le ragazze che te la cingono al collo sono state sostituite da frettolosi addetti al trasporto che ti indicano velocemente il pulmino che ti porterà all’albergo. Il taxi meglio evitarlo, per portarti al museo Gauguin e ritorno vuole 100 dollari. Prendiamo il bus cioè un camion con una cabina di legno e due panche al posto del cassone di carico, che ci porta alla piazza del Mercato, dove decine di cucine montate su roulotte ti preparano una cena discreta per 10 dollari. L’orario di ritorno col bus è aleatorio, probabilmente perché il servizio di trasporto è affidato a privati che quando hanno fatto l’incasso, o c’è una partita da vedere, smettono di lavorare.
Resta da vedere tutta Tahiti, con le sue famose spiaggie per il surf e le tre cascate che precipitano dall’alto della montagna, e le onde del mare che infilandosi in piccole grotte generano dei soffioni d’aria nebulizzata lungo la strada, ma c’è l’immaginario che spinge verso Morea, a soli dieci minuti d’aereo, verso Bora Bora… Invece la nostra prima tappa è Maupiti, assai meno frequentata. Ospiti di una pensione ricca di charme e povera di comfort (manca l’acqua calda e il generatore fornisce elettricità con parsimonia) ci godiamo, tra uno spruzzo di pioggia e un intervallo di sole, la spiaggia composta da miliardi di conchiglie e la sera, seduti sui divani sotto una tettoia in riva al mare, spulciamo la piccola biblioteca alimentata dal cross booking alla ricerca di un libro italiano.
In 15 minuti l’ATR42 di Air Tahiti ci propone un altro atollo, Raiatea dove di fianco alla pista c’è il mare e un motoscafo che, imbarcati noi e le valigie salpa per Taha, l’isola privata del Vahine Resort. L’acqua che è verde turchese a riva diventa rosa, sfiorata dalla veranda di un raffinato beach bungalow intarsiato di fiori ovunque, sul letto, sugli asciugamani, sulle poltroncine e persino sul water!. Nella veranda da pranzo pied-dans-l’eau lo chef Thiery ci delizia con semplicità e raffinatezza bonificando la cucina francese dall’usuale eccesso di salse e condimenti. Non esiste tv ma per uno di quei miracoli tecnologici che continuano a meravigliarmi c’è internet wi-fi e così vedo una coppia di inglesi che si connette dalla spiaggia mentre noi gettiamo cibo ai pesci. Sotto ai bungalow overwater si aggirano anche tre squaletti grigi che per la gioia dei turisti non lasceranno la zona per tutta la stagione.
Facciamo un’escursione sull’isola di Taha e ne approfitto per conversare con Alexandre, l’autista quasi settantenne del nostro pulmino. Mi parla degli americani che sono arrivati a Bora Bora pochi mesi dopo l’attacco dei giapponesi a Pearl Harbour. Mi dice che hanno praticamente costruito Bora, non solo l’aeroporto ma strade, case, depositi, negozi e ospedale. Forse anche per questo la popolazione ha fatto subito una scelta di campo non semplicemente per gli “alleati” ma per la Francia del generale De Gaulle che da Londra organizzava la resistenza dei partigiani francesi. In questo modo i Polinesiani non si sono resi complici del governo di Vichy, collaborazionista degli occupanti nazisti, decisione che rivendicano ancor oggi con giusto orgoglio. Alexandre ferma e accosta in un punto panoramico da cui si vede la laguna costellata di piccoli motu (uno è suo!) mentre il polinesiano che l’accompagna ha raccolto mango, banane, papaia e alcune noci di cocco, che apre per offrirci l’acqua da bere. Poi apre le noci, gratta la polpa con un raschietto e ne riempie un cestino confezionato al momento con foglie di palma, e ci fa scoprire una vera delizia, invitandoci a mangiare i vari frutti mescolati col cocco grattugiato! Che bontà Rangiroa ci aspetta un inatteso panfilo bianco di 36 metri che ci porterà in giro per la grande laguna, con escursioni di snorkeling alla “passe” che pullula di migliaia di pesci colorati, razze “armate” di lunga coda e mante e murene di due metri che aspettano cibo e carezze e squali grigi che non ci degnano d’attenzione.
Parliamo seduti a tavola con i polpacci in acqua attorniati da pesciolini colorati che vengono a mangiare briciole di pane dalle nostre mani; fra i piatti e le bottiglie ci sono fiori di tiare, la gardenia bianca che cresce solo qui. Anche per il pic-nic sul motu dalla spiaggia rosa Teva, il maitre-de-sale del grande catamarano, non ha nemmeno pensato di rinunciare a decorare la tavola con i fiori come usa fare sul catamarano (foto tavola e fiori).
L’escursione alla Blue Lagon ci riserva altre emozioni, prima del bagno in un quello che sembra un laghetto di montagna azzurro in mezzo alla foresta tropicale. Porio, la nostra guida locale, ci fa vedere come si cattura uno squalo col lasso, stile cow boy! Il viaggio di ritorno a bordo è un’ottima occasione per pescare con la lenza, e i risultati per noi abituati alle scarse acque mediterranee sono sorprendenti … La sera dopo cena, musica con l’ukulele, tentativi di ballare il tamurè nobilitati da una splendida esibizione di danza guerriera di due ragazzi delle isole Marchesi. I loro corpi perfetti compensano la ormai generalizzata obesità della popolazione locale, poco incline al movimento e alla pratica sportiva e irrimediabilmente attratta da porzioni industriali di cibo innaffiato da casse di birra. L’alcolismo nella Polinesia Francese è un problema serio che affligge anche i giovani, ci sono trentenni colpiti dalla cirrosi epatica.
L’ultima tappa di questo incantato viaggio nei Mari del Sud è Fakarawa, con l’immancabile benvenuto floreale che ci viene offerto all’arrivo, e questa non è una moda riservata ai turisti. In tutti i piccoli aeroporti ho visto grappoli di bambini locali ricoperti di ghirlande bianche sul capo e attorno al collo, e mamme e nonni seduti in aereo con la loro collana profumata. Il fiore non è un’offerta sacrificale decorativa ma piuttosto un profumato richiamo a riconoscere la bellezza e alla gioia che ci deve accompagnare ogni giorno, che il polinesiano desidera sinceramente condividere con l’ospite. Una filosofia che induce i nativi a limitare per quanto possibile l’impegno di lavoro per non rinunciare al piacere della vita.
Fakarawa è l’atollo più bello, una striscia intricata di palme e cocchi larga circa 300 metri che separa il blu copiativo del Pacifico dai verdi e turchesi della grandissima laguna con due passe, rispettivamente a nord e a sud. Un luminoso, intatto Patrimonio Umanità che si può esplorare passeggiando a piedi e in bicicletta, in barca e sott’acqua, facendo del turismo discreto e rispettoso e godendosi il silenzio e il profumo dei fiori.
Sono i fiori con cui ti accolgono a farmi capire che in Polinesia non c’è la preoccupazione del domani: frutti, pesce, sole e mare azzurro sono lì gratis e abbondanti per tutti. E forse è proprio questo il significato della collana di conchiglie che ti infilano al collo quando parti: ananahi? Aita pè ape’a!
Domani? Non c’è problema!

Gennaio 2007
Vahine Island, Polinesia Francese


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