26/08/2003
26 luglio 8 agosto 2003
Appunti di viaggio
La Grecia devi conquistartela praticando qualche virtù
Senza fretta di arrivare
Kambos anzi Kambì
Crisomilià e parenti
Fournos e Furni
Casa e retsina
Arriva il Papa
Senza fretta di arrivare
La Grecia si lascia scoprire pagando pegno, se ti piace una delle sue tremila isole devi conquistartela praticando qualche virtù come la pazienza e laccettazione. Voler arrivare subito a destinazione è partire sbagliando, perché il viaggio è parte essenziale, imperdibile dellesperienza.
Atene è il crocevia praticamente obbligato di tutte le destinazioni, e già allaeroporto, tutto luccicante di nuovo, può succedere che cambino il cancello di imbarco senza dirtelo e ti facciano perdere lunico volo del pomeriggio per Samos. Per fortuna il bus ci aspetta e saliamo felicemente sul bi-turboelica che dopo nemmeno unora e un deciso atterraggio contro vento ci scarica in un aeroporto nuovo di zecca, costruito e consegnato puntualmente dopo un anno di lavori da unefficiente ditta tedesca in vista delle Olimpiadi.
Niente traghetti per Furni fino a domani pomeriggio ci dicono, però cè il Samos Sun che parte il mattino presto dal porticciolo di Pitagorio, sul lato opposto dellisola. Sveglia alle sei col taxi che aspetta sotto e in venti minuti siamo a destinazione, un delizioso defilè di negozietti e bar fronte mare, dove puoi incontrare Tronchetti Provera con Afef.
Il sole già caldo del primo mattino rende persin piacevole il maestrale da nordovest ma le onde che sbatacchiano la prua costringono tutti a ripararsi sottocoperta.
Nikos lo riconosci prima di sentire il nome, è di presidio davanti alla taverna del suo omonimo, proprio di fronte al molo e nessun turista gli può sfuggire. Larrivo al porto è il momento della giornata, e tu turista ignaro quando scendi con la tua sacca capisci che devi crearti un posto nella comunità che sei venuto provvisoriamente ad abitare, inserendoti con cortesia nella nuova realtà un po come la barculla che, al ritorno dalla pesca, recupera il suo posto in porto spingendo e facendo accostare le compagne già ormeggiate.
In attesa della sistemazione ci accampiamo ai tavoli di legno della taverna. Si chiama Nikos, ha una veranda e una bella toppia verde che la ripara dal sole e un paio di pareti foderate di nailon per proteggere i clienti dai venti freddi; poi ce il retro veranda sempre allaperto, con la griglia per preparare il pesce e le aragoste e pochi tavoli accostati alla parete occupati dabitudine solo dai locali che bevono usaki, magari giocano a tavli o semplicemente osservano. E finalmente cè la porta che immette in ununica grande sala, con pochi tavoli sul lato sinistro, tutto il centro vuoto e una grande cucina in fondo. Immagino che nei mesi invernali qui si rifugi tutto il paese a mangiare, giocare e guardare la televisione in compagnia e ben protetti dal freddo che sì esiste anche in Grecia.
Kambos anzi Kambì
Kambi'non è un paesino, sono poche case bianche e una lunga scalinata che cala su due spiaggette alberate e un paio di taverne con tavoli e sedie di plastica ben nascoste dallombra. Sarebbe perfetto se un giovanotto greco business oriented non affittasse, oltre ai pacifici windsurf anche un paio di acquascooter che tagliano la baia in modo isterico cavalcati da turisti idioti. Le spiagge successive si raggiungono anche a piedi con sentieri caprini e faticosi, ma ti ripagano con spicchi di mare che visti dallalto sembrano fiordi nordici battuti dal vento; quando finalmente i tuoi sandali poggiano sulla ghiaietta bianca senza una macchia di catrame ti può capitare di incontare lo sguardo risentito di quattro turisti ignudi che sventolano fieri i genitali avvizziti. Proseguendo a est, dopo Petrokopio, cè Aghios Ioannis, proprio sotto Agrelidis, la quarta cima dellisola alta ben 223 metri.
Lo studio che ho affittato per due settimane è sullaltro lato del promontorio rispetto a Furni, una costruzione di tre piani bianchi terrazzati che si sporgono sulla baia semiquadrata sottostante, e poi a destra e sinistra altre baie e altre isole spazzolate alternativamente dal maestrale e dal meltemi. Il vento ha scelto la superficie piatta dellacqua per disegnare, crea mulinelli che durano un attimo, screziature che sallargano asimmetriche, pieghettature, piani dargento che avanzano rapidi e svaniscono prima dinfrangersi contro le rocce, archi di turchesi blu scuro che suniscono a vortici chiari e righe sottili che sembrano la firma dellartista in trance creativa
forse Pitagora si era ispirato a questo vento mutevole quando illustrava sulla sabbia le sue teorie matematiche agli allievi ammirati.
Scopro che da Furni a Kambì cè un buon chilometro di strada asfaltata che sale di un centinaio di metri; a piedi e senza le borse della spesa il percorso è accettabile, altrimenti si paga la corsa a Manolis, lunico taxi dellisola, costantemente in agguato davanti alla fontana del porticciolo. Cè anche un sentiero che sarrampica dietro la nuova chiesetta turchese con il campanile in stile vagamente lecorbusiè, ridotto comè a una semplice incastellatura che sorregge le campane; la stradina fa risparmiare almeno duecento metri di cammino ma timpone un attacco brutale con settantun gradini tagliagambe. Si può arrivare a Kambì anche navigando mare permettendo, con una delle tre barche per escursioni che stazionano al porto, quella di Giorgio. Pragmatico come uno yankee, Jorgò porta i turisti dove e quando vogliono, infischiandosi degli orari, purchè si raggiunga il breakeven, 4-6 paganti almeno, così che spesso poi siamo tornati a casa chiedendogli un passaggio sulla sua Stavros; il gozzo a fondo quasi piatto è capace di superare canali con un metro dacqua e il suo nocchiero sa sfiorare senza toccare gli spuntoni rocciosi vicinissimi sui due lati.
Nella baia di Kambì tutto è silenzio almeno fino alle otto del mattino, anche i passerotti non cinguettano e solo due galli si lanciano richiami sgangherati, ma loro lo fanno anche in piena notte. Ti accorgi che è ora di aprire le persiane perché giù nella piccola spiaggia qualcuno assesta piano qualche colpo col martello di legno, una coppia di stranieri scende la lunghissima scalinata al mare conversando sottovoce, una barca sallontana col diesel che ronfa lento verso il capo a sud per tenersi il mare a poppa. La luce è satura di quel bianco che rende troppo luminose le fotografie e le cicale stanno già lavorando anche se il gran concerto che stordisce arriverà solo tardi nel pomeriggio. A questora il vento è fresco e per fare colazione ci si mette volentieri la Tshirt; la giornata deve ancora iniziare e pregusto con piacere la passeggiata a Furni, andare al minimarket, salutare le facce ormai familiari di gente che non conoscerò mai e rinforzare con qualche nuova espressione il poco greco che manovro con astuzia per guadagnarmi simpatia
Fourni e forni
Per fare un po di caccia subacquea come si dovrebbe il problema è irrisolvibile, barche da affittare non ce ne sono, i pescatori anche se volessero non possono accompagnarti pena la perdita della licenza e allora bisogna mettersi daccordo con Giorgio, che tra un gruppo di tedeschi che vuol vedere Petrokopio e una famiglia greca che va a trovare i parenti a Crisomilià ci dedica ogni tanto un paio dore per portarci su qualche fondale, tutti promettenti da fuori ma assolutamente deserti quando ci immergiamo. Lunico vantaggio di questa soluzione è che possiamo lasciare tutto lequipaggiamento in barca, a cominciare dal peso letale delle cinture coi piombi.
Ci consoliamo con un bicchiere di retsina sotto la veranda del Meltemi, la taverna preferita dai greci perché è fronte mare ma ha un lato protetto dal vento; la tovaglia di plastica a quadri bianchi e blu sappiccica agli avambracci intanto che aspettiamo di sapere da Giorgio dove andrà col prossimo gruppetto per decidere se salire sulla Stavros o andare a piedi in una spiaggia vicina.
Intanto chiedo a Nikos perché il paese si chiama Fourni, lui mi spiega nel suo italiano essenziale aiutato dai gesti che prima quanto prima è difficile dire, possono essere pochi anni o mezzo secolo- tutte le case avevano il proprio forno per farsi il pane, poi hanno lasciato che un paio di fornai cuociano lo psomì per tutta la comunità e così i forni si sono lentamente trasformati in camere, bagni, giardinetti. Guardo davanti a me, in lontananza cè Ikaria e cerco la montagna dalla quale si sarebbe gettato il primo aspirante volatore, temerario sfortunato; quel giorno non ci doveva essere il freddo maestrale a proteggere le ali di cera di Ikaro dal dardeggiante Elios
Giorgio ha caricato sei persone ancora bianche di città e ci fa segno di salire, si va a Kiramidù un quarto dora di onde sulla murata di dritta e poi la Stavros può virare a sinistra col mare al giardinetto per puntare tranquilla alla spiaggia. Cè un piccolo attracco ben protetto e una fila di tamerici che arrivano quasi a bordo mare, interrotte da un ombrellone giallo; una famiglia saltella nellacqua trasparente e lunico rumore oltre al nostro diesel sono i gridolini eccitati dei bambini che si tuffano da una barca semisommersa. Lombrellone, ancorato con diversi lacci alle pietre, resiste impavido alle raffiche mentre noi puntiamo allombra rassicurante degli alberi più vicini alla taverna, bianca e blu, che offre da mangiare e dormire. Un posto ideale per una settimana di ritiro spirituale marino, senza auto e moto dacqua. Cè lo sfrigolio delle cicale che parte alle dieci del mattino e tira dritto fino a ora di cena.
La Grecia comunica unEssenza dove cè ancora spazio per limprovvisazione, le soluzioni ingegnosamente povere, il ritegno; la sera le quindicenni eccitate dalla libertà di passeggio transitano innumerevoli volte davanti ai pochi locali affollati, rese grandi dal cellulare e ancora piccole per fumare, sorvegliate dalle donne nere sedute fuori dalluscio di case basse e scure, che controllano la frequenza del passaggio delle ragazze. Sento di essere entrato in un mondo che resiste al mutamento, che mi si offre con semplicità senza far nulla per compiacere le mie abitudini, nella consapevolezza che noi ospiti passeggeri non potremo cambiarlo
Crisomilia'e parenti
In attesa che scadano i canonici tre giorni di maestrale decidiamo di andare a Crisomilià allestremo nord di Fourni, sotto una montagna di 500 metri. Il nome è fascinoso e così abbiamo prenotato i posti sul barcone che salpa domani alle dieci.
Il gozzo esce da Fourni e punta a nord, naviga veloce approfittando della bonaccia e così arriviamo in meno di unora davanti alla spiaggia che ha un colore grigio sporco, di quelle che sanno più di terra che di sabbia, ma di straordinario ci sono le piccole case a un piano dei pescatori che ancora ci abitano con famiglia, le donne in nero e le immancabili tamerici che regalano ombra protettrice fin sul mare. Le casette mi fanno venire in mente Buzios, a nord di Rio, prima della calata in massa degli argentini, quando Brigitte Bardot flirtava col chitarrista Bob Zaguri
Cè limmancabile taverna di fronte allattracco con Vangelis, il proprietario della barca che ci ha portato, che sindustria ora a servire ai tavoli. Prima del fritto di calamari tento unimmersione a fondo baia dove cè un promontorio con qualche caduta di massi ma non riesco nemmeno ad avvistare una preda, che so un sarago, una corvina fuori rotta
niente. Torno alla base con un senso di giornata incompiuta, perché non vado in mare per mangiare e qui per giunta non ho visto nemmeno un bel fondale.
E pomeriggio tardi, il sole smette di mordere e taccende labbronzatura quando la barca di Vangelis viene circondata da greci salutanti greci partenti, una coppia con figli piccoli che hanno tutta laria dandare lontano. Si scambiano abbracci sobri e sorrisi trattenuti, qualche lacrima della nonna Emilià che salita a bordo non vuole tornare sul molo e i bambini che restano salutano allegri come quelli che partono.
Domani ancora bonaccia, si può andare a Vliciada, così dico a Jorgò endaxi, ti aspettiamo al molo di Kambì e poi si va fino al vertice dellisola, sul lato opposto a Crisomilià
Case e retsina
La retsina sa di Grecia, mi evoca tanti sapori quasi più della presenza reale; la taverna col pergolato e il pavimento di cemento, un piattino di metallo ovale con le piccole olive nere, il molo con la Stavros che ci porta verso spiagge solitarie, la bevuta con nuovi occasionali amici greci destinati a durare una breve estate
prima di cenare il bicchiere di retsina è un rito che amo rinnovare, questo vino ruvido che pulisce il palato come nessun altro dopo un boccone di pesce, o louzo che sopacizza nellacqua
penso che anche questo è la ragionevolezza mediterranea che ci racconta Serge Latouche contro il dominio della ragione funzionale, della logica di cui non sappiamo più controllare linfluenza.
Mi viene immancabile il desiderio di piantare le radici nel posto e così sipotizza una casa, che poi non si compra mai e la prossima volta sei libero dandare su altri traghetti che ti scaricano in altre isole da scrutare con occhio avido appena ci metto piede.
A Fourni non ci sono case in vendita tipo mi piace la compro. Si parte dal terreno, si verificano i titoli degli eredi (tutti gli eredi), poi la costruzione o il rustico da sistemare, organizzare i lavori, trovare gli operai e specialmente il fiduciario greco; labitazione bisogna conquistarsela dedicandole tempo e presenza sul posto. E unisola rustica e aspra dove gli abitanti rispettano gli stranieri senza slanci di simpatia eppure con cordialità Le barriere di ingresso, dopo Atene, continuano a Samos che detiene il monopolio dei collegamenti, così per arrivarci bisogna investire del tempo, tempo di viaggio prezioso come quello di vacanza. E ci vuol anche la ragionevolezza, la phronesis di cui parla Edgar Morin contro la logica razionale: la difficoltà dellarrivo è parte integrante del valore del viaggio. Così capisco che è bene non suggerire agli amici delle isole greche trucchi e scorciatoie proprio per non privarli del dono della scoperta di tante piccole cose, del superamento degli inevitabili contrattempi, la carenza dei trasporti e la opinabilità degli orari, e dove mangiare, dove dormire, le spiagge da vedere e quelle che si possono perdere
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Meglio comunque prepararsi al vento, meltemi da nord est e maistro da nord ovest sono gelidi e alzano londa, ma quando fanno vacanza i raggi del sole quasi feriscono e lacqua fredda consente al più tanti brevi ammolli, certo non lunghe nuotate. Pesci? Abbondanti al ristorante, quelli da cacciare se ne sono andati, probabilmente bombardati, lasciando bellissimi fondali deserti.
Nella baia sotto casa, a Kambì il sole tira tardi e la moto dacqua ne approfitta per gli ultimi passaggi da calabrone; per leggere il mio libro aspetto che rientri a riva sperando che lenergumeno che la cavalca si ribalti rovinosamente e invece non succede niente. Quando infine il sole abbandona la baia le ultime figure scurite dal sole lasciano la spiaggia e sarrampicano su per i sentieri che stroncano le gambe e strappano la pelle; i più fortunati salgono sulle barche dopo un ultimo tuffo che già mette i briividi, e tutto ritorna naturale. Due ragazzi sdraiati sui loro teli dormono, il libro accanto a loro scompaginato dal vento e intanto dalle case esce odor di pietanze; sul barchino proprio davanti alluscio un uomo e il figlio sistemano le reti per domani; tu non sei più un turista estraneo mentre osservi discreto le vite semplici di altri che non conosci e ti è permesso di condividere il loro lavoro, i colori, laria, i loro ritmi. Mentre la cena invade i piatti il mare sè finalmente liberato dalle sfregiature umane, metà della baia è ancor chiara e venti barchette, tutte col muso puntato a riva, annuiscono piano. Adesso cè il silenzio.
Arriva il Papa
Questo lunedì mattina ha una luce speciale, il sole è reso più tagliente dal maestrale che, mi dice Jorgò soffia ad almeno 8 bofor. Dalla cima della scalinata bianca vedo Fourni e Kambì e tutte le isole davanti che si incaricano di formare baie, calette e istmi con tanti mari e blu tutti diversi per la gioia degli occhi.
Scendo in un insolito fervore che coinvolge tutti, i pensionati ai tavoli sono vestiti a festa e anche i bambini, le donne hanno abbandonato il nero e indossano abiti colorati, i turisti guardano al molo in attesa, così immagino che ci sarà lofferta simbolica di pane e suvlaki secondo la tradizione dagosto. Noto una bandiera gialla con aquila bifronte che si agita accanto a quella greca, e poi vedo che anche le imbarcazioni hanno sul pennone la stessa bandierina gialla; intanto le tre barche più grandi escono dal porto e virano a destra incontro al maestrale che gli tinge di spuma bianca la prua. Cosa succede? chiedo a una faccia che ho già visto, mi dice venire il pope da Samos, il pope? dico e lui no pope, il papa, the big one quello che sta ad Atene e mi spiega che sta facendo una visita pastorale nelle principali isole greche. Adesso le tre barche stanno tornando in un tripudio di razzi fumogeni, tallonate da una corvetta grigia della marina e da un intercettore veloce color arancione della polizia militare. Tutte le barche e barchette del porto accompagnano le manovre dattracco con bordate lunghissime delle sirene e delle trombe a pressione e lanciano fumogeni colorati che il sole mortifica sbiadendoli subito; la corvetta ormeggia con manovra impeccabile mentre lintercettore deve duellare duramente col vento che preme sulla murata sinistra. Viene spinta fuori bordo la passerella che si variopinge allistante di donne in grigio uomini della televisione in maglietta gialla pope in nero e personaggi in giacca blu e cravatta con cellulare e microfono. Ecco il Papa degli ortodossi, ha una bella barba bianca e il viso ancor giovane accaldato, attorniato da alcuni soldati in mimetica; lequipaggio biancovestito della corvetta saluta la sua discesa a terra con ripetuti trilli variati di fischietto come nei film di guerra mentre un volo di bambini precede il prezioso ospite correndogli davanti e gridando deccitazione; qualche donna temeraria passa attraverso le braccia dei protettori e gli ghermisce la mano per toccarla e baciare lanello, lui benedice gioviale con la destra e riceve compiaciuto i nostri applausi prima di sparire lungo la strada che sale leggermente fra gli oleandri alla piazza dove è atteso in chiesa.
Taverne e bar riprendono a servire solo dopo che le campane annunciano che il massimo rappresentante del Culto Ortodosso di Grecia ha varcato la soglia dingresso.
Ho visto emozione e devozione e ho sentito il rispetto della gerarchia militare verso il potere che quella bandiera gialla squassata dal maestrale esercita sulle isolette sperdute.
Ho anche aggiunto un po di greco al mio bagaglio striminzito, adesso la sera so salutare con Kalò vradi, una variante che non conoscevo di kalì nikta, e ho una nuova bella risposta al solito polì kalà panta kalà un mare di bene
Panta kalà Grecia mia, sto già progettando il prossimo incontro con te.
brunob@doppiabi.com
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